
D. In Italia, dove ti trovi al momento, quali sono i programmi: un tour, lezioni, turismo o che altro?
R. Non ho in mente un vero e proprio tour, nel senso di concerti pianificati. A Roma ho suonato al Contestaccio, mentre venerdì 8 aprile è il turno di Ostia al locale Jolie, all’interno del Cineland; poi sarò a Firenze, quindi mi trasferirò un mese a Siracusa dove, grazie a Francesca, ho trovato una residenza artistica, e dal 20 aprile vi trascorrerò un mese intero. Quindi tornerò a Roma per poi ripartire per San Paulo e BH.
D. Residenza artistica: di cosa si tratta?
R. Si chiama Moon, acronimo di Move Ortigia Out of Normality, e suonerò lì dove anche risiederò fino a fine maggio, in uno scambio di arte e cultura.
NDR: Moon nasce per dare un palcoscenico all’arte con una telefonata. Luogo fisico, centro culturale, bar, bistrot, laboratorio di danza, teatro e auditorium, spazio espositivo, luogo di incontro. Concreto e virtuale. Rivista web, spazio digitale, crocevia di informazioni, arti, culture, saperi. Una comunità di soggetti che desiderano condividere visioni, progetti, idee, proposte e azioni. Una piattaforma di creazione collaborativa di contenuti che connette persone, progetti e iniziative dedicati all’innovazione artistica, culturale e sociale. Ha sede nell’isola di Ortigia, nell’antica città greca di Siracusa, luogo unico, cuore pulsante di storia e tradizioni siciliane e mediterranee, e vuole dialogare con le persone che lo amano e vengono qui da tutto il mondo. È anche la luna, e un punto di vista originale sulla realtà che ci circonda, perché la Terra vista dalla Luna è diversa. Promuove la libera circolazione dei saperi, propone le arti come luogo del cambiamento e della condivisione, incoraggia stili di vita ecologici e sostenibili a partire dall’alimentazione, offre spazi di confronto, studio e coworking, invita alla partecipazione dei cittadini, incentiva la cura e lo sviluppo dei beni comuni, diffonde l’uso del digitale a fini artistici e sociali, accoglie i creativi di ogni campo per collaborare, produrre e diffondere.
D. Sei anche un poeta, specializzato nella forma letteraria dell’Haiku. Scrive nell’orecchia del tuo ultimo e primo libro “Diminuto” Laura Cohen Rabelo: “È possibile leggere un libro di poesie come leggere un romanzo, percorrendo le pagine dall’inizio alla fine, identificando in esso una narrazione unica suddivisa in capitoli. Un insieme di poesie può essere letto anche per consultazione, come un oracolo o un manuale di istruzione – apriamo il libro ad una pagina qualunque alla ricerca di un significato -. Il libro può anche esser letto dalla fine, o in direzioni aleatorie, perambulando tra le pagine (…). I libri di poesia si trasformano così in una specie di antidoto ad ogni situazione, come nella Teogonia di Esiodo la musa canta per fermare mali e afflizioni. Di fatto, chi vede il poeta mentre scrive crede nel poderoso canto della musa: come fosse posseduto da una voce esteriore lui prende un quaderno e vi annota un’idea urgente. Da questa idea sorge una poesia. Nonostante la sua componente magica, il processo di costruzione del libro ‘Diminuto’ è stato un lavoro complesso e lento., cominciato con Guillherme che scriveva incessantemente, fino a comporre circa una cinquantina di haiku, sempre contando nelle dita le corrette misure delle sillabe (…)”. Perché l’haiku? Come lo hai scoperto?
R. Sì, scrivo anche poesia e ho lanciato il mio primo libro nel 2014, “Diminuto”. Ad esso mi sono dedicato attraverso lo studio della forma dell’Haiku. Non ero ancora felice del risultato delle mie poesie come le avevo scritte a primo completamento del libro, bensì ero contento nel momento che fossero ridotte. Così decisi di far “dimagrire” questo libro, e mi ricordai del primo poema che scrissi quando avevo 12 anni in una corso di Haiku fatto quando andavo a scuola a Belo Horizonte, tenuto dal poeta Renato Negrão. Mi ricordai di questo:
E decisi di scrivere un libro di Haiku. Un biglietto da visita per i libri che ho intenzione di scrivere. La scrittrice Laura Cohen Rabelo, mia amica, stava formando una società con una casa editrice, la Impressões de Minas, creando una collana chiamata Leme, e cercavano il primo libro da pubblicare.
D. Lo haiku (俳句) è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo, generalmente composto da tre versi per complessive diciassette “more”, non sillabe, secondo lo schema 5/7/5. Il tuo libro si chiama “Diminuto”: cos’è per te??
R. In questo movimento di taglio e ricomposizione, le poesie diminuite riescono a creare il massimo senso con il minimo di parole. Leggere una poesia per la prima volta non è come leggerla la seconda o la terza, e nonostante abbia convissuto con questo libro in un lungo processo temporale, resta per me sempre una cosa nuova: un colpo, un brivido, una paura, una bugia, una verità, calore nel cuore.
D. Nella poesia lo haiku, e coerentemente nella musica l’ep, ossia un “piccolo album”. Si chiama “Braseiro”, ossia brace. Qualcosa che cuoce, che brucia, che si mangia. Perché?
R. Avevo questa immagine in testa, volevo lanciare un messaggio conciso e coerente, con forza sufficiente per significare qualcosa anche nella sua piccolezza. Inoltre assomiglia alla parola “Brasile”, ed è l’idea di un piccolo Brasile che sto portando con me, fuori. Cercavo canzoni da incidere tra le moltissime mie. Ho scelto di pubblicarle solo chitarra e voce per poter muovermi facilmente nella promozione, senza una band che dovesse sempre accompagnarmi.
D. Come hai scelto, tra i tanti, i brani da inserire in questo ep?
R. Lo scorso dicembre ho fatto un evento in BH con le persone che mi hanno accompagnato maggiormente in questo mio viaggio musicale, in uno show con oltre 15 canzoni dopo il quale ho chiesto loro di scegliere 6 canzoni che avrei inserito nell’ep, come una votazione. Le preferite sono state le 6 che ho inserito: Na bera, Recado, Praia do futuro, Ponte do Zamba, Rosa Verão. Ho solo ritoccato l’ordine.
D. Che genere di musica è inserita nel tuo album?
R. Sono polivalente, mi piacciono il rock, la classica, l’elettronica, il tropicalismo, la bossa. Ma non perché siano brani chitarra e voce che possono essere inseriti nella bossanova: sarebbe come dire che un pittore di oggi è modernista solo in quanto è moderno. C’è una scena molto grande in Brasile che ancora non ha un nome, e molti vi si stanno riferendo già come ad una “nuova MPB”. Questo nome comunque ancora non c’è, o non è ufficiale. In ogni caso sono anch’io parte di quella generazione che si include in questo movimento artistico.
D. Che rapporti hai con l’Europa, con l’Italia?
R. Madre di origine inglese, da cui il mio cognome Hargreaves, padre di origine italiana, di Cuccaro Vetere in provincia di Salerno. Da giovane ho studiato in Inghilterra, e lì ho potuto avvicinarmi alle mie origini materne. Volevo ricercare le mie origini e mi mancava la seconda parte, quella italiana. In questo mio viaggio, voglio trovare il tempo per andare a Cuccaro Vetere a fare un salto nel trascorso della mia famiglia paterna.
D. A chi ti ispiri?
R. È la domanda pù difficile. A questa non so mai rispondere, ma dirò che un’influenza l’ho avuta da Ryuichi Sakamoto, Nana Caymmi, Gustav Malher, Frank Sinatra. Imitavo Sinatra da quando avevo 5 anni. A 7 anni ero a dormire a casa di un compagno di classe e, durante la notte, andai in cucina a prendere un bicchiere d’acqua; i genitori del mio amico stavano guardando il Tg, che riportava della morte di Frank Sinatra. Mi cadde i l bicchiere dalle mani e mi misi a piangere. Dovettero chiamare i miei genitori e dire che non la smettevo più, solo perché era morto Frank Sinatra.
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