ROSÁLIA DE SOUZA: BOSSA MAREA. L’intervista

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«Sono nata a Rio de Janeiro, Olinda, Nilopolis. Cominciai a cantare, ch’io ricordi, a 4 anni. A casa non c’erano artisti, solo grandi appassionati di musica come mia madre, mio padre, mia nonna, che ascoltavano musica abbastanza popolare, da radio. Mia madre sentiva musica italiana in casa. Poiché non andavo ancora a scuola, a 4 anni cantavo per la mia vicina di casa, una ragazza con delle disabilità che si metteva ad ascoltarmi sul suo muretto di casa, confinante col mio. Nadia è stata la mia prima fan, e mi applaudiva con emozione. Dopo 5 anni di lavoro in banca, alla Bradesco di Rio de Janeiro nell’agenzia di Cinelândia, ho deciso per vicissitudini personali di andar via dal Paese. E sono approdata a Roma».

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«Giunsi a Roma con un amico musicista che faceva il rappresentante di strumenti musicali. I nostri amici mi incentivavano molto a cantare, e lui mi introdusse nella musica italiana con le canzoni di Lucio Dalla, Pino Daniele, Nino Rota, e mi regalò un sassofono. Dovetti aspettare molto per avere il posto e studiare lo strumento nella Scuola di Musica Popolare di Testaccio, e mentre attendevo cominciai a studiare ritmica con Massimo Monti, quindi percussioni cubane, canto da camera, storia del jazz, coro con Angelo Fusacchia e Giovanna Marini, Quando si liberò finalmente l’ora per lezioni individuali di sax mi ero già innamorata del canto, così decisi di studiare lo strumento che avevo attaccato in gola… la mia voce. Mi iscrissi a canto jazz. La mia maestra, Giuppi Paone, mi salvò in momenti molto difficili: non avendo sviluppato una tecnica perdevo la voce, diventavo afona. Cominciai a lavorare subito nella musica brasiliana, nell’epoca (1988-1989) di un boom di locali brasiliani a Roma, a Trastevere soprattutto. Approdai al Clarabella e l’unico giorno libero della settimana era il lunedì. Entrai in molti altri; non erano tutti locali a modo ed io, da ragazza per bene, non ne frequentavo alcuni ed evitavo anche certi brasiliani. C’erano tantissime prostitute all’epoca, moltissimi ballerini, anche molta ignoranza, e me ne tenevo lontana. Infatti, quando cominciai a fare musica di qualità, mi avvicinai ai musicisti italiani che facevano musica brasiliana. E incontrai Nicola Conte.»

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«Iniziò con lui il periodo barese, e lavorai con il Quintetto X e Mariella Carbonara. Mi dovetti trasferire così a Bari, lasciando tutto quello che stavo facendo a Roma per seguire il progetto con il Quintetto, che sembrava più importante rispetto a ciò che mi poteva offrire il panorama capitolino dell’epoca. Poiché a Bari con la musica non si lavorava tantissimo, feci anche lavori quali la rappresentante di abbigliamento, l’indossatrice, fino a divenire socia in quel settore. Il canto a quel punto stava venendo meno, e non ero convinta che tale scelta m’avrebbe fatto davvero felice. Quando il Quintetto X mi chiamò in tournée in Inghilterra e il mio datore di lavoro non mi lasciò partire, decisi di lasciare tutto: fidanzato, ufficio, lavoro, casa, per andare a lavorare in un villaggio turistico in Calabria dove facevo la barista. Ma almeno cantavo tutti i giorni ed ero pagata per cantare.»

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«Avevo circa 30 anni, ripartii alla rinfusa con alcune collaborazioni e la Schema Records mi sottomise un contratto di 10 anni di collaborazione e 3 dischi. La carriera partì alla grande; uscì, nel 1995, anche Novo Esquema de Bossa del Quintet X, a cui partecipai. Feci il primo disco con Nicola Conte, che mi coinvolse nel profetto Fez, e impiegammo tantissimo tempo, anche perché erano brani originali, io scrivevo tutti i testi mentre lui, con Pietro Lusso e Pietro Ciancaglini, le melodie. Uscì, nel 2003, Garota moderna, primo disco con Nicola Conte. Da solista ebbi un notevole successo, anche in Giappone. Tredici tracce in un progetto tra tecnologia e tradizione, con brani di Vinicius De Moraes, Caetano Veloso, Roberto Menescal, oltre a pezzi originali. L’elettronica di Nicola era un elemento portante di questo nostro prodotto, con il drum’n’bass misto alla bossa, suonato da jazzisti. Uscì quindi Garota diferente, album contenente delle rivisitazioni di Garota moderna in chiave nujazz da parte di artisti come Five Corners Quintet, Big Bang, Povo, Trüby Trio, Raw Deal, Zero dB, Buscemi, Stateless as well as the Italians Gianluca Petrella, Gerardo Frisina and The Dining Rooms. Dopo 3 anni, la Schema mi contattò nuovamente per fare un nuovo disco. A tale fine, mi chiesero dei musicisti di riferimento.»

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«Nominai con Carlos Lira anche Roberto Menescal, e contattammo quest’ultimo, che pronto mi mandò un brano strumentale e mi chiese, per conoscermi, di metter le parole alla melodia. In tre giorni gli consegnai il brano, Agarradinhos. Ci accordammo per fare la produzione di “Brasil Precisa Balançar” in Brasile, perché sarebbe stato molto costoso portare tutti i musicisti a registrare in Italia. Andai quella volta a Rio de Janeiro con mio marito e mio figlio. Lavorammo anche con Marcos Valle. Toco scrisse i brani originali. Attraverso Menescal si aprirono definitivamente le porte del Giappone; questo disco non ha avuto un grandissimo successo in Italia, è stato molto meno conosciuto del primo, ma s’intende: Garota Moderna era un esperimento tra la bossa e la musica elettronica e Nicola Conte a quell’epoca faceva musica elettronica, quindi avevamo mischiato un po’ le cose. Con Menescal invece, il prodotto era assolutamente brasiliano, di molta qualità, e per questo accessibile a pochi: l’italiano medio è abituato a sentire una musica brasiliana abbastanza popolare, nel senso di mediocre, e il  nuovo disco era per ascoltatori dall’orecchio fino. Brasil Precisa Balançar ha venduto tantissimo in Giappone, e mi ha portato in tournèe in tutta l’Europa.»

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«Trascorsi altri 3 anni la mia etichetta mi richiamò per fare il terzo disco, che sarebbe stato quello con produzione italiana e con musicisti italiani come era stato il primo, e da registrarsi a Bergamo. Nella mia testa l’accompagnamento ideale sui palchi, però, è quello dei musicisti brasiliani. Conosco i musicisti italiani: arrivano in studio, leggono, dopo tre giorni vanno via e non si fanno né sentire né vedere. Sono bravissimi per carità, ma bisogna avere anche amore per il tipo di musica che si suona. Io sono molto sensibile, sul palco dev’esserci sinergia altrimenti al pubblico non arriva niente, il pubblico per me è tutto, e l’unico modo per soddisfarlo è passare il più profondamente e il più apertamente possibile la mia emozione; per questo sono accompagnata sul palco sempre da musicisti brasiliani. Per le registrazioni dell’album scelsi gli italiani: D’improvviso, un disco molto jazz, più europeo, uscito nel 2009. E decisi di inserire anche sul palco dei musicisti italiani: è stata una buona scelta perché sono riusciti a mischiare la tecnica, elevatissima, con l’anima, che si acquista solo con la conoscenza della musica che si suona, e ciò è accaduto attraverso il contatto con i brasiliani che hanno fatto parte del progetto, i fratelli  Deidda, Roberto Taufic, Roberto Rossi, Eduardo Hebling. Con quegli italiani lavoro tuttora, facendo un repertorio che va oltre i miei dischi e punta sulla ricerca. Ho duettato anche con Jarabe de Palo nel brano che dà titolo all’album, la versione fatta italiana di De repente, del venezuelano Aldemaro Romero. Si tratta di 13 brani da una scrematura di 25 canzoni, includendovi anche un pezzo in omaggio a Lucio Battisti e Mogol,”5 dias de Carnaval” di Tomas di Cunto, anche conosciuto come Toco. Ho partecipato anche a un suo disco, cantando con lui.»

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«Nel frattempo la mia voce girava moltissimo e sono stati molti i contatti, dalla Germania fino al Giappone dove ho fatto registrazioni per i cartoni di Lupin 3, la Sirenetta di Walt Disney e il più recente progetto Pilots on Dop con due dj austriaci, Gerhard Gigler e Gerald Tomez, ricercatori della musica brasiliana anni 60 e 70. Mi hanno contattato mentre ero in Brasile con questa canzone che è un pezzo di Henry Mancini della Pantera Rosa, titolo in italiano Meglio stasera. Sapendo che parlo italiano, mi hanno chiesto di farne la traduzione in portoghese (ne è uscita “Melhor Esta Noite”) e di cantarlo, e visto che ci stavo ho fatto la registrazione anche in italiano.
Tornata dal Brasile sono stata a Vienna a registrare il video, quindi altri brani poi usciti per l’etichetta Universal, in una tranche iniziale e quindi in un disco intero, dove sono presenti tra le collaborazioni anche Wilson Simoninha, brasiliano figlio d’arte (il padre è Wilson Simonal) ed altri che purtroppo – una colpa dell’era moderna –  non ho incontrato fisicamente, avendo assemblato il tutto da luoghi differenti. Il riferimento Pilots on Dope non è ad una sostanza stupefacente, ma alla musica che ci lega, siamo nella ruota tutti quanti. La chiamo «ruota» nel senso che si è creato un vero e proprio circolo tra di noi, che ci permette di fare il lavoro anche a distanza, avendo fiducia l’uno nelle capacità dell’altro, sinergicamente.»

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«Nel frattempo la mia voce girava moltissimo e sono stati molti i contatti, dalla Germania fino al Giappone dove ho fatto registrazioni per i cartoni di Lupin 3, la Sirenetta di Walt Disney e il più recente progetto Pilots on Dop con due dj austriaci, Gerhard Gigler e Gerald Tomez, ricercatori della musica brasiliana anni 60 e 70. Mi hanno contattato mentre ero in Brasile con questa canzone che è un pezzo di Henry Mancini della Pantera Rosa, titolo in italiano Meglio stasera. Sapendo che parlo italiano, mi hanno chiesto di farne la traduzione in portoghese (ne è uscita Melhor Esta Noite) e di cantarlo, e visto che ci stavo ho fatto la registrazione anche in italiano.
Tornata dal Brasile sono stata a Vienna a registrare il video, quindi altri brani poi usciti per l’etichetta Universal, in una tranche iniziale e quindi in un disco intero, dove sono presenti tra le collaborazioni anche Wilson Simoninha, brasiliano figlio d’arte (il padre è Wilson Simonal) ed altri che purtroppo – una colpa dell’era moderna –  non ho incontrato fisicamente, avendo assemblato il tutto da luoghi differenti. Il riferimento Pilots on Dope non è ad una sostanza stupefacente, ma alla musica che ci lega, siamo nella ruota tutti quanti. La chiamo ‘ruota’ nel senso che si è creato un vero e proprio circolo tra di noi, che ci permette di fare il lavoro anche a distanza, avendo fiducia l’uno nelle capacità dell’altro, sinergicamente.»

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