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NICOLA CONTE: MA QUESTO È UN REGNO PIÙ CHE UNA CONTEA (l’intervista)

nicola conte
di ROMINA CIUFFANicola Conte è uno dei produttori silenziosi del panorama italiano. Ma, in effetti, definirlo “silenzioso” e “italiano” non rende: infatti gli album da lui prodotti sono sempre stati all’apice della classe e della polivalenza, da Rosália de Souza a Chiara Civello, ed hanno sempre avuto l’internazionalità come trait d’union, come se questo metà-barese-metà-lucano avesse un Dna globalizzato molto prima dell’era di internet. Facile dire oggi “cavalco il mondo”, il cavallo di Conte era un pony dei primi anni 70 e sempre a quegli anni lui si è ispirato, dunque anche oggi la sua elettronica e le sue sonorità restano dei cavalli di battaglia degli anni d’oro della musica, quella fuori dai reality ma dentro la realtà. Wikipedia dice di lui “disc jokey”, e questa è l’orma più profonda della carriera di Conte, quella che lui schiaccia con vigore da sempre e che lo distingue. Ciò detto, non è solo il disc jockey a rappresentare la sua contea: chitarrista, produttore musicale, dalla bossanova al pop all’afro, oggi anche al crooning, non si è mai limitato (e dice che il suo non limitarsi costituisce anche un limite) all’Italia, che ritiene un luogo in cui l’impronta è meno evidente, ed ha mantenuto la sua visione globale nei secoli dei secoli della musicalità con la quale si è contraddistinto. Si è contornato di musicisti di ogni nazione, neri e bianchi (sono i colori che fanno l’arte), e ha creato un Combo, una band tutta sua che varia nei contenuti e nei componenti a seconda di chi e che c’è in giro, e dove lo porta il suo eclettismo.

Dal suo primo album Jet Sounds fonde  gli elementi propri del jazz con la club culture e dall’Europa parte alla volta dei club di San Francisco, Tokyo, Mosca; dal 2001 produce il primo album di Rosália De Souza (“Garota Moderna”), cui segue “Garota Diferente”, remix del primo: da DJ ha all’attivo oltre cento remix pubblicati. Collabora  con jazzisti del calibro di Gianluca Petrella, Fabrizio Bosso, Daniele Scannapieco, Rosario Giuliani, Till Brönner, Cristina Zavalloni, Nicola Stilo; è del 2008 l’album “Rituals”, nel quale incide due canzoni con Chiara Civello con la quale pubblica, di recente, Canzoni (vi cantano, in duetto con la Civello, anche Gilberto Gil, Chico Buarque, Ana Carolina, Esperalda Spaldin). Nel 2009 esce per Schema Records il doppio album “The modern sound of Nicola Conte – Versions in jazz-dub” con inediti e reworks, producendo anche il remix Tema de la Onda (Nicola Conte meets Aldemaro Romero). Nel 2010 esce per Edizioni Ishtar for Schema Records una versione rimasterizzata in 2 cd di “Other directions”, suo grande successo. Le altre novità e spezzoni della sua inesauribile vita me le racconta su Rioma. Perché qui si arriva a un regno, più che ad una contea. Rigorosamente ascoltare questo brano mentre si legge l’intervista.

Domanda. Quali sono le tue origini?
Risposta. Sono nato a Bari; mia madre è barese mentre mio padre è lucano di un paese in provincia di Potenza, Montemilone: sono metà barese e metà lucano. Mio padre andò a studiare a Pisa, quindi si trasferì a Bari per il suo lavoro di ingegnere, e fu a a Bari che conobbe mia madre. Così ho vissuto semre a Bari, tranne brevi periodi all’estero.

D. Su Wikipedia c’è scritto che sei nato a Bari nel 1964, “disk jockey e compositore italiano”.
R. Wikipedia forse lo scrivono le persone, e c’è una cosa che mi tormenta: parlano del fatto che le mie influenze sono le colonne sonore italiane, e indipendentemente dalla musica che suono sembra che abbia fatto sempre la stessa cosa, ma non è così.

D. Ma sei davvero un “disc jockey” o sei anche “altro”?
R. Per me la musica è legata al disco in vinile: sin da quando ero piccolo ho collezionato dischi. I miei hanno voluto che frequentassi l’università, ma mi ero così appassionato alla musica che per un periodo della mia vita, tra il liceo e l’università, l’idea che mi prendeva di più era quella di suonare il jazz nei club; io non sono mai stato un dj di intrattenimento e la mia idea era proprio quella di fare jazz, cosa che ho fatto quando a Bari è nato il Fez Club. Così scorse la mia vita negli anni immediatamente precedenti a quelli più “sperimentali”. Ma è dalle scuole medie che coltivo la mia passione per la chitarra, prendendo lezioni di chitarra classica.

D. Quindi, a dirla tutta, tu parti dal jazz e dalla chitarra classica, più che dal clubbing?
R. Sì, ma ho ascoltato di tutto. Moltissimo rock, anche quello degli 70; e frequentando come facevo amici più grandi di me conoscevo musica fantastica, “per adulti”. Poi ho lasciato completamente la musica, in parte per la questione dell’università, in parte perché nella mia famiglia non era ben visto che io suonassi. Così ho frequentato la Facoltà di Scienze Politiche, ma ho anche cominciato a fare il dj. La cosa è partita e mi sono concentrato su quello. Da lì sono arrivate le prime produzioni discografiche con i gruppi che facevano parte del giro del Fez Club; dopo qualche anno la scena del Fez cominciava ad esaurirsi, e decisi di produrre direttamente dischi a mio nome. Il primo che ho fatto, Jet Sounds, uscito nel 2000, è un disco da dj con dei campioni, lavorando con i musicisti presenti nella scena barese.

D. Come ha reagito il pubblico al primo album di Conte produttore?
R. È subito uscito in tutto il mondo, dall’America al Giappone, e naturalmente anche in Europa. Da quel punto in poi non mi sono fermato più, ho fatto moltissimi remix, fino a quando arrivò il disco, uscito sotto l’egida Blue Note: sto parlando di Other Directions, del 2004.
Nicola Conte Other DirectionsD. È proprio il caso di dire “altre direzioni”.
R. La svolta c’era già stata, nel senso che avevo abbandonato i campioni ed un certo tipo di elettronica legata al genere musicale degli anni 60 e 70. Così alla fine è diventato un progetto live acustico, nel quale rimisi insieme tutti gli amici dell’ultimo periodo del Fez Club, tra cui Gianluca Petrella, Fabrizio Bosso, Rosario Giuliani, Lorenzo Tucci, Daniele Scannapieco, Pietro Lussu, Pietro Ciancaglini, Nicola Stilo, Pierpaolo Bisogno, Till Bronner, Cristina Zavalloni, Bembe Segue, Lucia Minetti, Lisa Bassenge. Con tutti questi nomi divenne un gruppo dal vivo, e iniziammo a fare concerti. Dovevo immaginare la mia presenza all’interno del progetto, e fu così che arrivò il momento di riprendere gli studi della chitarra e di carlarmi in questo tipo di realtà. Diciamo che dal 2004 a oggi è stata questa la cosa principale che ho fatto, anche se continuo a fare dj set.

D. Si può dire, allora, che in effetti è stata la tua componente DJ a spingerti oltre?
R. Una delle cose più importanti nella mia carriera è stata la fortuna di avere sin da subito un sound originale che ha influenzato molti altri, ed è quello che poi ho sempre cercato di mantenere durante il tempo, magari cambiando le forme espressive ma sempre cercando di avere come principale obiettivo quello della riconoscibilità. Il mio senso estetico si è formato negli anni, e la cosa che per me è stata sempre rilevante è il fatto che dietro il mio lavoro c’è un percorso intellettuale e culturale molto profondo. Ossia, conosco bene le cose che amo, le approfondisco continuamente e sono sempre alla ricerca di informazioni e di cose che non conosco. Questa per me è la mia evoluzione costante. E non essere mai contento di quello che faccio mi proietta verso quello che accadrà domani, in una ricerca continua.

D. La tua evoluzione dipende dalla ricerca costante, ossia dal tuo carattere; ma quanto dipende anche dagli altri, come produttore?
R. L’altra cosa molto importante per me, secondo la mia percezione, è quella di avere intorno a me persone che stimo moltissimo, non solo musicisti di alto livello ma anche amici, che dal punto di vista umano e non meramente musicale siano in grado di dare qualcosa. Se poi andiamo a vedere i musicisti presenti nei miei dischi, ci si rende conto del fatto che la mia idea di musica non può prescindere dalla grandezza degli interpreti: nel momento in cui si ha una visione musicale, bisogna anche essere capaci di trovare gli interpreti giusti. Cioé: anche questa è una ricerca continua.

Schermata 2016-04-12 a 19.19.22D. Parlando di produzione, Chiara Civello spicca tra le ultime collaborazioni: il 6 maggio 2014 è uscito “Canzoni” (distribuzione Sony Music), il nuovo album che per la prima volta la vede nelle vesti di sola interprete, 17 brani del repertorio italiano e un sound più internazionale e contemporaneo, che spazia dal blue eyed soul al jazz alla bossa nova, da te prodotto artisticamente alla guida di un team di musicisti di alto livello come lo svedese Magnus Lindgren al sax, il finlandese Teppo Makynen alla batteria, Luca Alemanno al basso, Pietro Lussu al piano, Gaetano Partipilo al sax alto e il chitarrista brasiliano, con Chiara sin dal primo disco, Guilherme Monteiro.
R. L’avventura con Chiara è stata molto stimolante fin dall’inizio. Innanzitutto amo molto Chiara, questo da sempre: credo che sia l’unica cantante italiana che abbia una dimensione internazionale, non solo per la bravura, ma per la sua stessa forma mentis.

D. Oltre a lei chi?
R. Ce ne sono altre che sono bravissime, seppure in una dimensione diversa, come per esempio Alice Ricciardi, cantante straordinaria, che ho inserito nel ruolo di voce jazz della mia band; ma ce ne sono anche altre, come Cristina Zavalloni. Si tratta di donne soprattutto di classe, con un grandissimo charme, e di artiste che non hanno scelto la strada più semplice.

D. E quale sarebbe la strada più semplice oggi?
R. È quella di fare dei mainstream, cioè di fare una musica pop pensata per l’Italia e che vive in Italia e basta; invece credo che per chi abbia veramente un grande spessore artistico l’Italia sia molto limitante, nel senso che oggi non puoi pensare di vivere il tuo percorso artistico a livello nazionale, io stesso me ne sono allontanato sin dall’inizio. Ovviamente questo per me in diversi periodi è stato anche un limite, nel senso che la musica che faccio, a seconda dei vari periodi, può aver avuto poco appeal in Italia, ma è stata una scelta consapevole e voluta.

D. La tua musica ha sempre avuto un sound molto diverso, molto straniero.
R. Sì, molto internazionale: mi sento cittadino del mondo e non riesco ad autoconfinarmi soltanto nella dimensione italiana. Questo da sempre, fin da quando ero piccolo: per esempio Londra per me è stato un polo di attrazione fortissimo fin da quando avevo 12-13 anni.

D. Cos’è il Combo?
R. Il Combo è il gruppo stabile che ho da oltre 10 anni, caratterizzato da una formazione variabile nel senso che non sono solo 5-6 persone, ma sono almeno 10-12. Ciò dipende dal fatto che ogni volta che vado in studio per le prove il gruppo si arricchisce di nuovi elementi perché, a seconda dei vari periodi e dei vari dischi, arrivano nuove personalità e la musica cambia anche in base a chi c’è in quel momento nel gruppo. C’è una dimensione del gruppo che è molto internazionale, a partire da Magnus Lindgren, sassofonista svedese, Logan Richardson afroamericano che vive a Parigi, quindi un trombettista tedesco ed un altro francese, e tutti gli italiani più bravi, da Fabrizio Bosso a Flavio Boltro e Giovanni Amato, e molti altri che continuano a ruotare. Ed anche se alcuni non suonano più perché sono legati a un determinato momento, ne arrivano degli altri, alcuni meno noti ma bravissimi, come ad esempio Francesco Lento. Anche di batteristi ne sono passati tanti, tra cui l’italiano Marco Valeri. Da circa 5 anni a questa parte la musica della band si è orientata sempre più verso un’ispirazione afroamericana ed è diventata molto più black, ad esempio con il percussionista Abdissa “Mamba” Assefa e la cantante americana Tasha. La musica ha dei colori, ed in base a quali colori e a quali sfumature prende in determinati momenti creativi cambia anche la conformazione del gruppo.

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D. Si dice che tu hai scoperto e prodotto Rosália de Souza: il suo primo disco aveva la sua voce, il secondo era un rifacimento del primo versione remix, da “Garota Moderna” a “Garota Diferente”. In tema brasiliano, da Rosália a Chiara quant’acqua sotto i ponti è passata? 

R. Ci sono molte affinità tra il progetto che iniziai con Rosália e quello con Chiara, però ci sono anche molte differenze nel senso che con Rosália c’era lei e basta, ho dovuto quindi costruire tutto il suo immaginario musicale in quel disco, e che tutt’ora rimane in lei. Quando poi  si creò un gruppo dal vivo per lei, io non entrai perché non era il mio gruppo: il mio gruppo non era ancora nato, stiamo parlando del 2001-2002, ma avevo una serie di musicisti che comunque lavoravano con me. Il suo gruppo durò un anno e mezzo, in quello che secondo me è stato il periodo artisticamente più felice per lei. Invece con Chiara il mio coinvolgimento è stato a 360 gradi, nel senso che è stato non solo immaginare un sound e crearlo in studio, ma riunire un gruppo di musicisti intorno a lei, in un’idea di disco che fosse diretta emanazione poi di concerti, un’esperienza per me molto bella perché io avevo sempre suonato la mia musica, da solo o con il mio gruppo, ed ho trovato interessante affrontare questo discorso facendo canzoni italiane e suonando insieme a lei con la band in una dimensione più pop rispetto a quello che avevo fatto fino ad allora. Anche se ovviamente l’idea di pop che abbiamo io e Chiara è comunque molto alta.

D. Progetti per il futuro?
R. Da circa tre anni sto lavorando a un progetto elettronico che si chiama Black Spirit, non è ancora uscito nulla ma abbiamo fatto dei live; oltre ad un amico Dj di Bari che proviene dalla tecno pura berlinese, sono coinvolt, Andrea Fiorito e Gianluca Petrella. Da questa idea ne sta nascendo un’altra, ancora con Gianluca Petrella e aggiungendo Giovanni Guidi. Ora ho prodotto il disco per un’amica che ho dai tempi del Fez barese, Stefania Di Pierro, dal titolo “Natural”, con brani in portoghese brasiliano, per l’etichetta inglese Far Out Recording (qui sotto per l’ascolto), e a settembre uscirà un album nero crooner (ndr: il crooner è un cantante che interpreta canzoni melodiche in chiave confidenziale) con Marvin Park: ne sono produttore e lavoriamo con il Combo. (ROMINA CIUFFA)

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