GRETA PANETTIERI, LA PANETTERIA CHE SFORNA MUSICA CALDA

Nomen omen. «Panettieri» perché sforna, da sempre, prodotti di grande qualità come avesse un forno caldo, sempre acceso, dove vestono con cappelli bianchi da cuochi i migliori musicisti della scena mondiale. Sembra di vederli infarinati nei loro sax, chitarre, violini, arpe, pianoforti, microfoni. La Greta’s Bakery esiste: etichetta discografica e piattaforma di collegamento per tutti gli artisti amati da Greta Panettieri, la fornaia. L’intervista di Romina Ciuffa

di ROMINA CIUFFA Greta Panettieri è un film in bianco e nero (l’ultimo disco è interamente dedicato a Mina) ed un fumetto a colori (la graphic novel di Jasmin Cacciola che racconta tutta la sua storia), una metropolitana che parte da Harlem (il jazz che apprende in lustri newyorchesi, dopo aver rifiutato la borsa di studio per Berklee) e gli stravizi brasiliani più complessi (da Hermeto Pascoal a Gilberto Gil con la stessa continuità spontanea in cui Leblon si lega ad Ipanema), il richiamo di una comune (la casa umbra che l’ha ospitata in tutta la sua crescita) e l’eleganza inarrestabile di una donna di altri tempi, l’odore ultimo e primo di un forno la mattina presto (quello di pane e musica che vuole aprire) e la creatività carboidratica del suo panettiere.

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Umbria. Sono nata a Roma sotto il segno dell’Ariete, sono cresciuta in Umbria, in montagna, in una casa grande che era una comune: tanta musica e tanta arte sin da subito, e già da piccola facevo spettacoli con mia sorella, io suonavo e lei recitava. Feci il Conservatorio per studiare il violino, ma la mia grande passione era il pianoforte; mi piaceva cambiare le note anche dei brani classici, e il mio insegnante mi diceva: «Greta, non devi suonare le scale, devi studiarle, questi sono esercizi». Il mio studio era sempre distratto dal piacere del suonare. Quando mi diedero l’idoneità all’arpa all’esame di terza media, continuai a studiare musica al Conservatorio ma mi iscrissi a pianoforte alla scuola di jazz di Perugia. Il mio insegnante mi disse: «Se vuoi imparare il jazz, devi cantare quello che suoni». Fu così che cominciai a cantare. Quindi vinsi la borsa di studio per la Berklee, che non accettai. Andai invece a New York.

New York. Decisi di andare a New York, dove rimasi fisicamente per dieci anni, emotivamente mai ripartii. Sola, senza parlare inglese, con un milione e mezzo di lire che avevo guadagnato insegnando canto. Mi sentii subito a casa: la concezione italiana del jazz era troppo severa, inquadrata, restrittiva per me, mentre a New York trovai il senso di onnipresenza di me stessa. Potevo essere e fare chiunque, «the place to be» nel senso shakespeariano dell’essere. New York, un «melting pot» molto difficile ma molto sincero, non c’è errore. La mia scena artistica è sempre stata off-Broadway, soprattutto per la circostanza di esservi giunta con le mie forze, passando per lavori vari e andando sempre a cantare tra jam session e piccole gig (le grandi erano fuori dalla mia portata economica salvo nelle «very late nights»). Molto Lower East Side, molto Brooklyn, molto indie, più della scena jazz canonica.

Brasile. La mia italianità venne a galla con la musica brasiliana, un passo quasi obbligato – quello nella bossanova – per chi fa jazz. Ma da sempre leggevo Jorge Amado e facevo capoeira, mi era familiare la lingua portoghese. Il Brasile è sempre stato parte del mio universo anche attraverso i miei genitori e i loro amici, e a New York cominciai a cantare bossanova – la bossa la parte più solare del jazz – che divenne poi parte fondamentale della mia vita perché attraverso di essa conobbi il pop, che fino a 22 anni rifiutavo, quando , ero integralista e ascoltavo solo Eric Dolphy e John Coltrane. Grande merito al Brasile che con i brani meravigliosi di Caetano Veloso, Dorival Caymmi, Milton Nascimento, mi orientò verso la musica popolare e le sue melodie più semplici.

Discografia. Sdoganato il preconcetto del pop, arrivarono il soul e gli altri generi, con essi progetti che andavano avanti anche dall’Italia, e un minidisco, The Edge of Everything, che produssi con un bassista newyorchese e con il pianista Andrea Sammartino, con il quale sono legata da allora nella musica e nella vita. Finì nelle mani di una signora della Decca, che ci propose di incidere uno showcase con la Universal. Con la partecipazione di grandi nomi tra i quali Curtis King, Diane Warren, Poogie Bell, Sandro Albert, questo lavoro uscì in digitale nel 2010 negli Stati Uniti, ma non venne promosso dalla discografica. Intanto usciva – autoprodotto con il marchio Greta’s Bakery – Brazilian Nights, disco live di standard brasiliani (Hermeto Pascoal, Gilberto Gil, Tom Jobim, Toninho Horta e così via. Come fai a mettere Hermeto Pascoal e Gilberto Gil nello stesso disco? Quando hai capito chi sei). Registrerò ora una seconda parte del progetto con gli stessi musicisti, questa volta una serie di brani inediti in portoghese. Comparsi quindi come guest e coautrice nell’album di Patricia Romania Sou Brasileira, insieme a grandi nomi del jazz internazionale. Larry Williams – è suo l’arrangiamento dei fiati di Thriller di Michael Jackson, ha lavorato per oltre 10 anni con Al Jarreau etc. – decise di aiutarci a produrre il nostro secondo disco, Under Control, regalandoci la supervisione musicale ed un solo di sassofono nel secondo disco di Greta’s Bakery.

Greta’s Bakery. Nasce dal gruppo musicale Greta’s Bakery un collettivo, che diviene anche etichetta indipendente. La Greta’s Bakery Music ne è il contenitore. Il mio sogno è aprire una «panetteria» che faccia al piano terra prodotti da forno, pane e pizza, e ai piani superiori uno studio di registraione, un auditorium, una sala composizione, alloggi per gli artisti di passaggio. Greta’s Bakery è anche una piattaforma per collegare gli artisti, inclusi i make-up artist, a Greta’s Bakery, dentro la quale tutti avranno un proprio profilo. La manifattura del prodotto finale è l’obiettivo, lo scopo è «mangiare», la fruibilità effettiva.

Graphic Novel. È un’idea di Edizioni Corsare, casa editrice per ragazzi di cui è titolare mia madre, che ha immaginato un libro in cui fosse scritta tutta la mia vita. Jasmin Cacciola è la bravissima illustratrice che ha riportato tutta la mia storia in fumetto, che esce ora con il disco «Under Control».

Mina. Il progetto di Non gioco più  ha radici antiche. Nel primo disco di Greta’s Bakery è già presente Se telefonando, inserito per presentarci al pubblico americano dell’Universal. E tornata in Italia ho voluto ripresentarmi in un modo italiano: è bello cantare in italiano oltre il jazz, oltre la musica brasiliana; è bello sentirsi completamente padroni di qualcosa. Non mi sono mai posta il problema del confronto con Mina: la prima canzone che ho cantato nella mia vita è stata Summertime, già di Ella Fitzgerald e Luis Armstrong: dopo di loro, nessuno più dovrebbe cantarla? Il confronto con Mina mi entusiasma, non può farmi paura: come posso mettermi «a confronto» con lei? Nelle mie corde è trovare la via  personale ed imparare da lei e dalla sua discografia.

Brava. Brava in realtà è il brano più facile del repertorio. Non era previsto. Vi erano tanti brani riarrangiati in jazz ma nessuno scat-singing. Girati gli accordi di Brava nella struttura «anatole», ossia il «rhythm changes», ho pensato di farlo all’unisono con un altro strumento, la tromba di Fabrizio Bosso.

Sì, ma io dicevo “brava Greta”.

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